Publius Granius Euhodus: un turarius di Puteoli a Stabia?

Nel 1931 durante i lavori di ampliamento edilizio della proprietà del signor Carmine Sullo, nel territorio del comune di Sant’Antonio Abate (in Via Stabia/Traversa Via Congrega dell’Immacolata), furono portare alla luce due piccole tombe. Di questi sepolcreti, appena pochi anni dopo la scoperta, non restavano che pochi oggetti tra cui “una piccola olpe e una lucerna monolychne di terracotta col simbolo del pavone[1]”. Una delle tombe restituì anche una interessante epigrafe, la cui analisi sarà oggetto di questo contributo.

foto iscrizione
Sant’Antonio Abate, iscrizione (attualmente smarrita) di Publius Granius Euhodus (foto Edr su concessione del Min. BB.AA.CC)

L’iscrizione[2], attualmente smarrita e per la quale è tuttora in atto un tentativo di ricerca presso la collezione Libero Fienga custodita nei depositi del Museo Archeologico di Paestum, è incisa su una lastra di calcare tratto dai vicini monti Lattari. Da Degrassi, inoltre, si ricavano le misure: altezza m. 0,34, larghezza m. 0,50 e spessore m. 0,55. La lastra è fratta al centro in due pezzi e scheggiata in più punti, soprattutto in corrispondenza del margine superiore. Il testo dell’epigrafe è il seguente[3]:

Hospes, r[esi]ste. Nisi mole(s)tus[t],
perspice monumentum qu[od]
sibi Publius Publi Granius
sibi et sueique vivos fecit
Euhodus turarius.
Salve, vale.

L’iscrizione è incisa con lettere accurate che, dal punto di vista paleografico, rimandano allo stile dell’ultimo periodo della repubblica. Già il Degrassi sottolineava l’importanza di questa epigrafe. Interesse relativo soprattutto al fatto che essa fosse stata redatta in versi. Per l’esattezza, tre senari giambici con schema metrico regolare che si susseguono, dopo l’invito al passante, nelle prime cinque linee del testo mentre un dimetro giambico, salve vale, caratterizza la formula di saluto finale. Questa peculiare pianificazione del campo epigrafico permette di inserire la nostra iscrizione nel gruppo molto variegato degli epigrammi funerari latini di periodo tardo repubblicano[4].

Il rinvenimento della lastra nel territorio del comune di Sant’Antonio Abate autorizzò i primi studiosi del documento, su tutti il prof. Francesco Di Capua[5], a ipotizzare, sulla base dell’iscrizione, l’esistenza nel territorio stabiano di un praedium di proprietà della gens Grania. Se è ancora oggetto di discussione la tesi di una derivazione diretta del toponimo moderno di Gragnano da questo fondo agricolo (il praedium granianensis appunto), non mi pare priva di significato l’obiezione posta dal Degrassi: “non so se l’iscrizione comprovi l’esistenza di questo predio, anche perché la tomba del nostro Granio venne in luce a Sant’Antonio Abate, a circa 4 chilometri in linea d’aria da Gragnano”.

Titolare del monumento funebre è Publius Granius Publi Euhodus. Il cognome Euhodus, un graecanicus, è di chiara origine servile. Il patronimico Publi rende plausibile per Granius una discendenza da un liberto giacché dopo Publi potrebbe essere stato omesso l’indicazione di filius. Negli epigrammi funerari l’omissione della parola filius, per ragioni metriche, è un fenomeno tutt’altro che raro a differenza del termine libertus[6] quasi sempre indicato.  P. Granius Euhodus, come si evince dal testo, fu un turarius, commerciante di incenso.

Il contatto con l’ager stabianus dovette avvenire dunque in ragione della sua attività commerciale. Da escludere, però, che Euhodus provenisse da Pompeii come sostenuto da Degrassi. I Granii di Pompeii, al pari di quelli di Herculaneum, sono quasi del tutto noti dalle tavolette cerate risalenti all’ultimo decennio di vita delle città vesuviane, dove essi, inoltre, sono presenti con praenomina di evidente pertinenza con la città di Puteoli[7], il che rende possibile l’ipotesi, sicura per Herculaneum e verosimile per Pompeii,  di un trasferimento di alcuni membri della gens nel corso del I sec. d.C.[8]

Altri elementi concorrono nel rendere più plausibile l’ipotesi di un’origine puteolana di P. Granius Euhodus. In primo luogo, il gentilizio Granius che  tra l’80 e il 40 a.C., periodo al quale risale l’iscrizione di Stabiae, è testimoniato esclusivamente a Puteoli. In secondo luogo, l’attività di turarius di Euhodus ci riporta direttamente alla città flegrea nella quale fabbriche di profumi, legate alla lavorazione dell’incenso e di altre resine di importazione orientale, cominciano ad essere note proprio a partire da quest’epoca[9].

È bene ricordare, a questo proposito, che la lavorazione dell’incenso rappresenterà a Puteoli una delle attività economiche più redditizie insieme a quella pregiata del vetro soffiato. Non è un caso, infatti, che nella riorganizzazione amministrativa della città all’epoca di Augusto figuri la regio clivi vitrari sive vici turari[10].

In conclusione, l’onomastica di P. Granius Euhodus e la professione di turarius fornisco elementi validi per un’origine puteolana di questo personaggio e, al contempo, ci restituiscono, nella già ricca documentazione epigrafica inerente i Granii puteolani, un nuovo esponente di quel ricco ceto mercantile, formato in gran parte da liberti, intorno al quale gravitava l’impressionante mole di traffici commerciali intrattenuti a Puteoli tra la tarda repubblica e il primo principato.

Angelo Mascolo

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[1] A. DEGRASSI, Iscrizione metrica di Stabia, in Epigraphica, 1940, p. 282; Giuseppe Di Massa, Gragnano & Monti Lattari: le vicende artistiche e l’arte negata, Gragnano, 2010, pp. 112-113;
[2] CIL I2 3146= AE 1945, 39;
[3] La restituzione del testo dell’ iscrizione e il relativo scioglimento si trovano in G. CAMODECA, scheda EDR (urbs antiqua Stabiae);
[4] Altre attestazioni di epigrammi funerari tardo repubblicani si trovano in M. MASSARO, Metri e ritmi nella epigrafia latina di età repubblicana, in Die metrischen Inschriften der römischen Republik, 2007, pp. 121-168;
[5] F. DI CAPUA, Contributi all’ epigrafia e alla storia dell’ antica Stabia, in RAAN, 1938-39, pp. 83-124;
[6] E’ il caso dell’ epigramma del libertus A. Granius Stabilio (CIL I2 1210);
[7] A., C., L., P., Q., praenomina attestati a Puteoli fin dalla tarda repubblica;
[8] G. CAMODECA, I ceti dirigenti di rango senatorio equestre e decurionale della Campania romana, Napoli 2008;
[9] CICERO, Ad Atticum, XIII, 46.3 datata al 45 a.C;
[10] Si noti, inoltre, che nella stessa Roma, a significare quanto la riorganizzazione di Puteoli ricalcasse quella della capitale, è attestato un vicus turarius e vitrarius nel foro Romano.

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