Il custode della cultura ellenica: il teatro di Neapolis

Nella zona compresa tra via Anticaglia a nord, via San Paolo a ovest e vico Giganti a est, nei pressi del decumano maggiore, affiora in una selva di palazzi moderni una straordinaria meraviglia dell’antichità: il teatro di Neapolis. Risalente all’età romana, nel I secolo a.C., il teatro è sorto al posto di un preesistente edificio greco del IV secolo a.C., anch’esso probabilmente destinato alle rappresentazioni scenico-teatrali.

Stando alla testimonianza dello storico Svetonio, all’interno del teatro neapolitano, custode della cultura ellenica secondo una definizione attribuita ad Augusto, l’imperatore Claudio fece allestire commedie in onore del fratello Germanico. Non solo. Un altro imperatore, Nerone, obbedendo alle proprie smanie di grandezza si esibì in uno delle sue stonate esibizioni canore. Ce ne parla lo stesso Svetonio che nella sua De vita Caesarum ci racconta che l’imperatore debuttò, in una sorte di tournée, proprio a Neapolis presentando al pubblico una sua ode.

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Ebbene: nonostante un violento terremoto (forse collera degli dei per le stonature dell’augusto princeps?), l’imperatore continuò a cantare incurante delle urla della popolazione costretta a rimanere nella cavea. Il legame tra Nerone e il teatro di Neapolis, inoltre, è confermato anche da successive esibizioni seguite da convinte acclamazioni. Un gradimento che lo storico Svetonio, nella sua biografia di Nerone, mette fortemente in dubbio parlando di bombi, embrici e testi, cioè di diverse maniere di applausi della claque fedele all’imperatore. A far parte di essa una delegazione di Alessandrini, presenti a Neapolis in un quartiere localizzabile oggi tra piazza San Domenico Maggiore e via San Biagio dei Librai. Anche il filosofo Seneca parla del teatro: nella lettera 76 delle sue Epistulae morales ad Lucilium dice che per andare alla scuola del filosofo Metronatte bisognava passare per la zona del teatro, definito da Seneca ricettacolo per fannulloni e perdigiorno.

Il teatro fu ristrutturato durante l’età flavia e in seconda battuta nel II secolo. La maggior parte delle vestigia risale proprio a questo periodo e a successivi restauri. A quest’epoca, il poeta Stazio in età flavia esalta in una lettera alla moglie contenuta nelle sue Silvae i templi e una grande piazza porticata (forse l’area del Foro) e fa riferimento a due grandi teatri nella città, quello all’aperto e quello coperto, ubicati nella parte superiore del Foro, alle spalle dell’area sacra del tempio dei Dioscuri. La caduta dell’Impero romano sancisce la fine degli spettacoli teatrali in genere e la struttura viene abbandonata, complice anche un’alluvione tra il V e il VI secolo.

Dopo un lungo oblio, seguito a un primo scavo archeologico alla fine dell’800 e un piano di recupero avviato nel 1939, solo nel 1997 il teatro è stato parzialmente restituito alla città di Napoli con l’intervento da parte del Comune che tra il 2003 e il 2007 ha portato all’affioramento della media cavea.

Napoli, veduta d'insieme dell'antico teatro romano.
Napoli, veduta d’insieme dell’antico teatro romano.

Il teatro presenta la tipica forma semicircolare dei teatri greci, della quale oggi è possibile visitare alcune importanti vestigia, mentre parte della cavea che è stata recuperata dopo anni di oblio è visitabile eccezionalmente. L’accesso alla parte normalmente visitabile del teatro è possibile tramite una botola in un basso di vico Cinquesanti che conduce al lato est del teatro. La parte di vico Cinquesanti corrisponde al proskenion o proscaenium. Dopo essere usciti da questa zona in vicoletto Giganti, una piccola traversa di vico Cinquesanti, si rientra in via Anticaglia si può accedere all’intradosso della summa cavea, cioè l’anello superiore delle gradinate.

Teatro di Neapolis, proscenio in opus reticulatum.
Teatro di Neapolis, proscenio in opus reticulatum.

La cavea, che possedeva tra i 5000 e i 6000 posti circa, mostra in alcuni tratti ancora i marmi di rivestimento delle gradinate e alcuni vomitoria (gli accessi alle gradinate). Tuttavia, la parte portata alla luce fa riferimento a un piccolo della media cavea, i posti centrali. Soltanto un tratto della ima cavea, i posti più in basso, è visibile e comprende anche uno dei vomitoria ancora oggi atto all’accesso al teatro. La summa cavea, cioè i posti più in alto è andata irrimediabilmente perduta con la costruzione dei primi palazzi.

Il teatro romano di Neapolis vive oggi in stretta simbiosi con il centro storico di Neapolis. Una sorta di naturale adozione che la parte moderna della città ha voluto riservare al suo passato più antico. Tutto questo, in attesa che un’organica valorizzazione in chiave turistica possa assicurare una seconda vita a questa perla del nostro patrimonio archeologico.

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Angelo Mascolo

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