Alla ricerca del reale: il vaso François

Tra il 1844 e il 1845 l’archeologo Alessandro François, al servizio del Granduca di Toscana, rinvenne nella necropoli etrusca denominata “Fonte Rotella”, a Chiusi, numerosi frammenti di un enorme cratere a volute, dispersi in due tumuli funerari che erano stati oggetto di saccheggi già in epoca antica. I cocci del vaso, mai interamente ritrovati, furono inviati a Firenze dove, in seguito ad un accurato restauro ad opera del restauratore Vincenzo Manni, i singoli pezzi vennero ricostruiti.

Il risultato è stato uno degli esemplari più straordinari della produzione ceramica greca di epoca arcaica. Il cratere è del tipo con le anse a volute ed inaugura una serie di vasi di grandi dimensioni realizzati in Attica con la tecnica, inventata a Corinto all’inizio del VI secolo a.C., conosciuta con il nome di figure nere. Un periodo in cui Atene, molto ricettiva alle novità stilistiche della vicina e potente città di Corinto, assimila gradualmente le sue innovazioni pittoriche.

Tuttavia, dopo un’iniziale fase di “apprendistato”, si inaugura – grazie all’iniziativa di vasai e pittori – uno sviluppo del tutto autonomo della ceramica attica dovuto alla vivace reazione di questi artigiani nei riguardi della “moda corinzia”. Reazioni che si estrinsecano soprattutto a una rappresentazione meno rigida e convenzionale della figura umana, improntata a un maggior realismo.

Lo studio della figura umana, inoltre, si inserisce in una sperimentazione di più ampio respiro che investe il rapporto tra i soggetti delle pitture e lo spazio che esse occupano. Quindi, figure più umane, più vicine alla resa ideale, inserite su un fondo spaziale di maggiori dimensioni.

Di questa innovazione, che pone le basi per quella “ricerca del reale” che approderà con risultati maturi nell’epoca classica, il vaso François è il primo tassello.

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Vaso François, faccia con scene ispirata al ciclo di Peleo, Firenze, Museo Archeologico

A una prima sguardo, le numerosissime figure che popolano la superficie del cratere, si ha l’impressione di assistere a un grandioso allestimento scenico, razionalmente diviso su più registri. Una teatralità che risiede nella composizione simmetrica ma, allo stesso tempo, anche nella scelta dei temi rappresentati: il ciclo di storie ispirate a Peleo, padre di Achille, e al mito di Teseo, eroe fondatore di Atene. In particolare, sulla prima faccia del vaso (quella visibile in foto), partendo dal registro superiore, troviamo la caccia al cinghiale calidonio, la notte di Tetide e Peleo, l’agguato a Troilo da parte di Achille, i giochi funebri in onore di Patrolo e, infine, sulle anse, la morte di Achille; sulla seconda faccia, invece, la liberazione dei giovani ateniesi da parte di Teseo, la lotta tra Centauri e Lapiti e il ritorno nell’Olimpo di Efesto.

Il piede del cratere è riccamente adornato di sfingi, palmette, lotte di animali e anche di grifoni, che compaiono per la prima volta nella pittura vascolare greca.

Il vaso è datato intorno al 570 a.C., nel pieno di quello che gli studiosi definiscono periodo arcaico. Una fase caratterizzata dalla crisi delle grandi aristocrazie di età geometrica – che si riconoscono, nell’ideologia così come nel costume, nei grandi eroi dell’epica omerica – con il conseguente avvento di regimi tirannici a legittimazione “popolare”.

Sul fronte esterno alla Grecia, invece, è questa l’epoca di grandi traffici commerciali – Atene sostituirà in questo ruolo proprio la declinante Corinto – con l’Occidente, e in particolare con le colonie magnogreche e l’Etruria, principale punto di riferimento per il mercato ceramico attico.

Un mondo in fermento, assai vivace dal punto di vista politico e commerciale; un ribollire di cambiamenti che investono anche il linguaggio delle arti figurative, pittura e scultura soprattutto.  Artigiani e prime personalità artistiche – come quelle di Clizia che firma, accanto al vasaio Ergotimo, il vaso François – danno l’avvio alla ricerca naturalistica della figura e all’occupazione razionale dello spazio, aspetti, intorno ai quali, si formerà e si cementerà la civiltà greco classica a cui tutto l’Occidente moderno è debitore.

Angelo Mascolo 

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